(Ricevo e pubblico questa utile precisazione a un mio articolo sulla Brexit da parte del vicepresidente di British in Europe, l'associazione che rappresenta gli espatriati britannici nei 27 paesi dell'Unione europea. Gli europei residenti nel Regno Unito sono più numerosi dei britannici residenti nella Ue - 3 milioni e mezzo contro 1 milione - ma i diritti degli uni e degli altri vanno salvaguardati egualmente nella prospettiva della Brexit.)

NEL NUMERO del 24 agosto il vostro corrispondente ha scritto: “La maggior parte degli inglesi residenti nella Ue sono anziani pensionati.”  In realtà le statistiche ufficiali dimostrano che il 79% dei cittadini britannici che vivono nel vecchio continente sono al di sotto dell’età pensionabile (fonte: UK Office for National Statistics, 2017). Ciò significa che queste persone sono lavoratori oppure figli di persone che svolgono un’attività lavorativa. I cittadini britannici che si trovano nei 27 stati della UE sono quindi dei lavoratori che pagano le imposte e che contribuiscono all’economia di quei paesi, svolgendo le attività più disparate, da quella di avvocato a quella di tecnico informatico, da quella di titolare di ditta di catering a quella di traduttore, da quella di insegnante a quella di consulente.

Ciò nondimeno il vostro corrispondente ha ragione nell’attirare l’attenzione sulla penosa situazione nella quale questi cittadini britannici verrebbero a trovarsi qualora la trattativa tra UE e Regno Unito si concludesse con un “no deal” ovvero “senza accordo”. Tale prospettiva è già fonte di viva e diffusa preoccupazione.   I 27 stati membri della UE, che in generale nel corso della trattativa si sono dimostrati favorevoli alla difesa della maggior parte dei diritti di questi cittadini, ora devono fare un passo ulteriore, urgente, e dichiarare in modo chiaro che quei diritti rimarranno tutelati anche laddove il negoziato dovesse fallire.

Ma neppure i proclami unilaterali dell’una o dell’altra parte sono sufficienti. Accordi su questioni come contributi pensionistici dei lavoratori, servizi sanitari, pagamento di pensioni ed altre erogazioni previdenziali dipendono da meccanismi collegati fra di loro che entrambe le parti devono essere d’accordo di proseguire dopo la Brexit.

Motivo per cui British in Europe (il movimento di cittadini britannici nei 27 paesi della UE) e the3million (il gruppo che nel Regno Unito rappresenta i cittadini degli altri stati della UE), hanno insieme lanciato un appello a coloro i quali siedono al tavolo della trattativa, per far sì che l’accordo provvisorio sui Diritti dei Cittadini del marzo 2018 divenga al più presto un caposaldo, un’intesa a se’ stante, vincolante, soggetta a modifiche solo se queste rafforzeranno ulteriormente quei diritti della UE che altrimenti andranno perduti.

In conclusione, il nostro più sincero augurio è che l’Italia, quale uno degli stati fondatori dell’Unione e che annovera circa 600.000 dei propri cittadini nel Regno Unito, faccia pressioni sul Consiglio e la Commissione affinché questi accantonino il principio secondo il quale “nulla è concordato fino a che non vi è accordo su tutto”, e consenta in questo modo sia ai propri cittadini nel Regno Unito, sia a quelli di noi che hanno scelto l’Italia come nostra casa, di dormire serenamente.

Jeremy Morgan QC,

Vice-presidente di British in Europe, Membro del comitato di British in Italy

 

Un commento

  • fuori il nome del “ vostro corrispondente “ !
    #nofakenews

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